Esiste un indicatore paradossale dello stato di salute di un mercato: la comparsa di prodotti che prima sarebbero stati invendibili. In Spagna, il portale Idealista ha sdoganato una nuova sezione: le case occupate. Parliamo di circa 24.000 immobili che, nell’ultimo scorcio dello scorso anno, rappresentavano il 3% dell’offerta totale. A Madrid, questo fenomeno è schizzato del 10% in un solo trimestre.

Spesso guardiamo alla Spagna con una punta di invidia per quel PIL che corre quattro volte più veloce della media UE, spinto da energia a buon mercato e un welfare occupazionale dinamico. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio.
Fantasmi del passato e bolle presenti
Ricordate il 2012 e il celebre “Whatever it takes” di Mario Draghi? Quella scossa salvifica servì a tamponare una falla aperta nel 2008, quando la bolla del mattone spagnola esplose, trascinando con sé banche e stabilità europea. Il simbolo di quel delirio costruttivo resta Valdeluz: un quartiere satellite nato per ospitare 30.000 persone che oggi appare come una città fantasma, popolata solo da poche migliaia di residenti.


Quello spagnolo è però solo l’apice di un cortocircuito che investe l’intero continente. I dati OCSE sono impietosi sulla “generazione boomerang”: in Italia, Spagna e Grecia, tra il 70% e l’84% dei giovani tra i 20 e i 29 anni vive ancora nella cameretta d’infanzia. Un abisso rispetto al 12% della Danimarca o al 14% della Finlandia.

I numeri di un mercato fuori controllo
Dal 2013 a oggi, il panorama abitativo europeo è cambiato radicalmente:
- Prezzi d’acquisto: +60% (valore nominale).
- Canoni d’affitto: +20% (con picchi insostenibili nei poli universitari).
- Permessi di costruire: crollati del 22%.
- Affitti brevi (stile Airbnb): +93% tra il 2018 e il 2024.
Mentre il turismo “mordi e fuggi” decolla, l’offerta di alloggi sociali resta ferma al palo (appena il 7% del totale UE). Bruxelles stima che servirebbero due milioni di nuove case all’anno e 150 miliardi di investimenti per riportare l’equilibrio. La Commissione ha risposto con un piano anti-burocrazia e incentivi pubblici, ma la nuova direttiva “green” rischia di far lievitare ulteriormente i costi di costruzione.

Il caso Italia: tra sprechi e occasioni perse
In Italia la situazione è grottesca. Se da un lato la quota di reddito destinata all’affitto sembra reggere (circa il 10% contro il 26% della media UE), dall’altro siamo il fanalino di coda per l’edilizia pubblica: solo il 2,4% degli immobili è a canone sociale, contro il 14% della Francia o il 16% del Regno Unito.
Vivere a Milano per un insegnante o uno studente è diventato un esercizio di sopravvivenza. E il paradosso brucia ancora di più se pensiamo alle risorse evaporate:

- Superbonus: 200 miliardi di soldi pubblici polverizzati per ristrutturare (spesso) seconde case di lusso senza criteri di reddito.
- Pnrr: altri 200 miliardi in gran parte destinati a “rifarsi il trucco” a piazze e marciapiedi, anziché finanziare un piano strutturale di edilizia agevolata.
Dalle promesse ai fatti (che mancano)
A inizio anno, il Governo Meloni ha ventilato un piano da 100.000 alloggi a prezzi calmierati con il supporto di banche e fondi. Ad oggi, però, l’unica mossa concreta è stata la cancellazione del fondo da 330 milioni per il sostegno agli affitti.
Senza una strategia reale, il rischio è che il “modello spagnolo” delle case occupate e delle città fantasma diventi presto una realtà anche sotto casa nostra. La casa non è un lusso, ma la politica sembra essersene dimenticata.
a cura di Studio Rossi Amministrazioni – Via Bertola 59 – 10122- Torino-info@rossiamministrazioni.com



